Oltre le sbarre

di Massimo Podio

Detenuti-attori e studentesse-attrici insieme per un laboratorio teatrale nel Carcere di Rebibbia – Terza Casa

Oltre le sbarre

di Massimo Podio
Testo a cura di Cosimo Calabrese

Detenuti-attori e studentesse-attrici insieme per un laboratorio teatrale nel Carcere di Rebibbia – Terza Casa

Detenuti-attori e studentesse-attrici insieme: recitano “Il libro della Tempesta, ovvero la storia di un eroe e di una maga”, progetto culturale-educativo realizzato in conformità con l’articolo 27 della Costituzione Italiana che prevede per l’appunto la rieducazione del detenuto e non la detenzione fine a se stessa. Siamo a Roma, nel nel Carcere di Rebibbia – Terza Casa. Progetto e regia di Giancarlo Capozzoli, responsabile del Laboratorio Teatrale di Drammaturgia Antica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, che ha raccolto le proprie riflessioni sulle esperienze di teatro maturate in carcere, nel libro “Signora libertà Signorina fantasia – un racconto dal carcere” di Giancarlo Capozzoli e Gerald Bruneau, in prima uscita proprio in questi giorni, edito da Universitalia Editrice. Gli attori sono ragazzi e uomini dalla storia difficile che spesso si perde tra false verità e ricordi annebbiati, uniti da storie di violenza, degrado sociale, droga, che cercano qui una seconda possibilità consapevoli che, fuori, sarà difficile mantenere questo proposito. Le attrici sono altrettanto particolari, in questo luogo: ragazze della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”: ragazze della Roma bene e di borgata, accomunate dalla volontà di contribuire a far uscire dal quotidiano alienante del carcere, i ragazzi con i quali in comune hanno e avranno solo questi momenti e questo progetto. Insieme vivono e recitano una storia che parla di libertà e di libertà negata, di aspirazioni e di sogni di ragazzi e ragazze prigionieri su un’isola: credono di recitare ma sono molto più se stessi di quanto non credano, sia i detenuti-attori che le studentesse-attrici. Parlare di libertà con le parole e con le immagini, dove la libertà è negata non è impossibile. Si può fare se raccontiamo dell’esperienza del Teatro in carcere.


Carceri: anatomia di un disastro

Arianna Giunti

Novantanove morti dietro le sbarre negli ultimi mesi, metà dei quali per suicidio. Abusi di potere. Sovraffollamento record. Tagli lineari all'amministrazione penitenziaria. Scarsa applicazione delle misure che permetterebbero ai detenuti di lavorare. La situazione delle prigioni nel nostro Paese non fa che peggiorare. Eppure, qualcosa si potrebbe fare, e non si fa

Andrea, 44 anni, per un’intera settimana non riesce a camminare, a parlare né a mangiare. Vomita di continuo ed è in preda al delirio. I suoi compagni di cella chiedono aiuto - inutilmente - per 24 ore. Gli infermieri si limitano a misurargli la pressione. Dopo quattro giorni, Andrea è ricoverato al reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove gli viene diagnosticato un “ictus ischemico esteso in sede cerebrale”. Da allora è in coma irreversibile.

C.G., 28 anni, italiano di origini brasiliane, detenuto nel carcere di Asti, viene accompagnato in infermeria per una visita di controllo. Un agente della penitenziaria lo deride per essersi recentemente convertito alla religione islamica. C.G., offeso, dà un calcio alla scrivania. Seguono dieci minuti di inferno: il detenuto viene preso a calci e pugni alla trachea e al torace, un uomo con il volto coperto da un passamontagna lo immobilizza, gli avvolge la testa con un sacchetto di plastica, gli tappa la bocca con il nastro da pacchi e poi lo appende alle grate dell’infermeria con i polsi legati dicendogli: “Dovreste fare tutti la fine di Stefano Cucchi”.

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Massimo Podio
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