Iran, la rivoluzione moderna

di Gimmi Corvaro

L’Iran è oggi un Paese in bilico tra il retaggio della Rivoluzione Islamica, la voglia di cambiamento che si diffonde nella società e i vincoli posti ai cittadini, soprattutto le donne. Esse non sono solo vittime dell’ideologia religiosa ma rappresentano una delle voci più critiche contro il sistema

Iran, la rivoluzione moderna

Fotografie di Gimmi Corvaro
Testo a cura di Stefano Pontiggia

L’Iran è oggi un Paese in bilico tra il retaggio della Rivoluzione Islamica, la voglia di cambiamento che si diffonde nella società e i vincoli posti ai cittadini, soprattutto le donne. Esse non sono solo vittime dell’ideologia religiosa ma rappresentano una delle voci più critiche contro il sistema

L’11 febbraio in Iran si celebra l’avvento della Rivoluzione Islamica; il 1979 è l’anno culmine della Rivoluzione che ha cambiato per sempre gli usi e i costumi del “passato” con il passaggio dalle minigonne di allora al hjab di oggi, che prevede l’obbligo di coprire capelli collo e braccia. È così che la Rivoluzione Khomeinista ha spazzato via quasi 200 anni di modernizzazione e occidentalizzazione conquistati nel tempo fino ad arrivare alla fuga dello Scià Reza Pahlavi e di sua moglie Farah Diba, sovrani dell’ultimo impero Persiano.

Parlare di donne e di Islam è difficile perché nel nostro immaginario la parola Islam non può fare a meno di evocare un’idea di sottomissione, di repressione, di regressione. È difficile perché lo hijab, il velo islamico, rappresenta ai nostri occhi la principale negazione simbolica della donna e del suo ruolo nella società. È difficile perché parlare di donne e di Islam non può prescindere dal sollevare questioni spinose, che mettono in discussione le fondamenta stesse del nostro modo di essere e di pensare la democrazia, la religione, la modernità. È difficile perché quell’evidenza giuridica e politica di discriminazione propria di molti contesti del Medioriente islamico è in Iran forse più ingombrante che altrove: obbligo del velo, diritto unilaterale e pressoché privo di condizioni dell’uomo al divorzio, alla poligamia e alla tutela dei figli, matrimoni permessi a partire dall’età di nove anni per le bambine, divieto di esercitare la funzione di giudice o di ricoprire le più alte cariche politiche, codice penale “islamico” improntato alla legge del taglione, che attribuisce alla vita della donna la metà del valore (o “prezzo di sangue”) di quella dell’uomo.

Eppure, se in Iran le donne sono forse le principali vittime del sistema, esse rappresentano anche la forza sociale la cui critica a quest’ultimo è la più consapevole, la più dinamica, la più legittima. Nella società “post-islamista”, quella delle iraniane costituisce oggi un’esperienza di mobilitazione esemplare e, insieme a quella di giovani e intellettuali, uno dei principali elementi di dinamismo che i sociologi individuano in quel processo di produzione e maturazione di una società civile che è, come ovunque, condizione preliminare e necessaria a un’evoluzione in senso democratico della realtà sociopolitica. Ma qualcosa sta cambiando anche se lentamente.

Oggi, l’Iran conta 80 milioni di abitanti, di cui il 70% sotto i 40 anni. Il 60% delle donne sono iscritte alle università. La popolazione, sempre più giovane e istruita, inizia a mostrare i segni di stanchezza per un cambiamento che sembra avvenire troppo lentamente. Il Presidente Rouhani, come Khatami prima di lui, non sembra infatti interessato a mettere in discussione il sistema istituzionale iraniano, ovvero l’esistenza della Repubblica Islamica. L’opposizione si concentra da anni su questioni minori, per quanto importanti: chiedono più libertà e democrazia, ma non mettono in discussione la Guida suprema e l’assetto dello Stato. La priorità, a detta dello stesso Rouhani, è il miglioramento della situazione economica dopo anni di sanzioni.

Nelle piccole città e paesi l’evoluzione sarà più lenta, in quanto il radicalismo religioso è più presente e forte. Ma nelle grandi città il cambiamento è iniziato. Ragazze in moschea con un velo quasi inesistente che cade spesso e volentieri, studentesse truccate, donne svelate che guidano auto da cui fuoriesce musica occidentale ad alto volume, feste private in cui l’alcol è protagonista.


Le donne che si tolgono il velo in Iran

a cura della redazione de Il Post.it

Una pagina Facebook raccoglie le foto delle donne che si sono mostrate in pubblico a capo scoperto o in abiti maschili, contravvenendo alla legge

Negli ultimi mesi molti giornali internazionali raccontato la storia della pagina Facebook My Stealthy Freedom, aperta per protestare contro l’obbligo imposto in Iran alle donne di portare in pubblico lo hijab, cioè il velo che copre i capelli. “Stealthy” in inglese significa “furtivo, clandestino”, mentre “freedom” significa “libertà”. La pagina è gestita da Masih Alinejad, una giornalista iraniana che vive a New York, e mostra fotografie di ragazze iraniane che non rispettano le regole sull’abbigliamento: alcune girano a capo scoperto, altre si tagliano i capelli e si vestono con abiti maschili. In Iran esiste un organo di polizia, la cosiddetta “polizia morale” (ershad in farsi), che controlla che vengano rispettate le norme sull’abbigliamento: per esempio che le donne non si trucchino troppo o che si coprano abbastanza la testa.

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SCHEDA AUTORE
Gimmi Corvaro - gimmicorvaro.it
Fotocamera: Nikon D750
Obiettivo: Nikon 24/120 f4 e Nikon 16/35 f4

LINK
repubblica.it
ilpost.it
uaar.it


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