The endless winter of Kashmir

di Camillo Pasquarelli

Nell’estate del 2016, il silenzio delle montagne del Kashmir è stato ancora una volta infranto dalle grida della popolazione che chiede a gran voce la libertà dal governo indiano

The endless winter of Kashmir

di Camillo Pasquarelli
Testo a cura di Giulio Di Meo

Nell’estate del 2016, il silenzio delle montagne del Kashmir è stato ancora una volta infranto dalle grida della popolazione che chiede a gran voce la libertà dal governo indiano

Srinagar, Jammu e Kashmir, India. 2015-2016

Venerdì pomeriggio. La preghiera è appena terminata e i fedeli si allontanano dalla Jamia Masjiid, la moschea principale di Srinagar, capitale estiva del Kashmir indiano. Le truppe dell’esercito sono schierate ai cancelli e osservano da lontano i giovani coprirsi il volto. Nel giro di pochi minuti l’aria diventa irrespirabile e i marciapiedi si tramutano in un cimitero di pietre. Esplodono numerose granate stordenti. Dalle ombre in mezzo alle nubi dei lacrimogeni si alza una voce: “cosa vogliamo noi?”. Centinaia di altre ombre rispondono con veemenza: “azadi!” - libertà. In Kashmir, dove anche i bambini conoscono il principale slogan del separatismo, le proteste seguono il ritmo della preghiera.

I giovani lanciatori di pietre sono cresciuti durante gli anni ’90, quando infuriava la guerriglia armata contro il governo indiano. Testimoni di una brutale repressione che non ha risparmiato i civili, nei cuori di questa generazione non c’è più alcun dubbio: l’India sta portando avanti un’illegittima occupazione possibile solo grazie alle 600.000 truppe che rendono la regione una delle zone più militarizzate al mondo.

Nell’estate del 2016 le braci del risentimento si sono riaccese per via della morte di Burhan Wani, popolare comandante di un gruppo armato separatista, ucciso dalle truppe indiane. Una nuova stagione di proteste, martiri e repressione è terminata senza risultati concreti ma con 90 morti, migliaia di feriti e centinaia di giovani che hanno perso la vista a causa di fucili che sparano centinaia di piccole sfere di metallo.

A Srinagar, oggi, si respira un’aria di disillusione; nei cimiteri si fa spazio per nuove lapidi e le pietre sembrano non essere più abbastanza. Burhan Wani è diventato un simbolo centrale della causa kashmiri ed ha infiammato l’animo dei suoi coetanei, ora pronti a seguirne l’esempio.

Ostaggio delle frizioni indo-pachistane e delle spinte indipendentiste interne, sessantotto anni fa è cominciato un interminabile inverno di sofferenza per il Kashmir che vive ormai nella speranza di veder un giorno sbocciare la primavera dell’azadi.


SCHEDA AUTORE
Camillo Pasquarelli - camillopasquarelli.com
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