Tarlabaşı, dietro le quinte d’Istanbul

di Maria Pansini

Tarlabaşı è un quartiere-simbolo di Istanbul che, a causa dei radicali progetti di riqualificazione urbana, sta scomparendo. Nonostante il futuro incerto, gli abitanti del quartiere –curdi, rom, nuovi migranti e rifugiati- cercano di resistere

Tarlabaşı, dietro le quinte d’Istanbul

Fotografie di Maria Pansini
Testo a cura di Valeria Ferraro

Tarlabaşı è un quartiere-simbolo di Istanbul che, a causa dei radicali progetti di riqualificazione urbana, sta scomparendo. Nonostante il futuro incerto, gli abitanti del quartiere –curdi, rom, nuovi migranti e rifugiati- cercano di resistere

Istanbul, una metropoli piena di contrasti, rappresentati nel suo skyline dall’alternanza di minareti e grattacieli. Questi ultimi sono il simbolo dello sviluppo urbano, incentivato dalle politiche economiche neo-liberali degli anni ‘80, accompagnate da frequenti dibattiti sui processi di gentrificazione. Un caso esemplare è quello di Tarlabaşı, quartiere vicino alla via dello shopping, Istiklal Caddesi e alla celebre piazza Taksim.

Tarlabaşı ricade nella municipalità di Beyoğlu, un’area abitata da ebrei, greci e non-musulmani durante l’Impero ottomano. A loro si deve gran parte del ricco patrimonio architettonico ancora presente, come gli edifici del XIX secolo in stato di degrado.

Il quartiere è una di quelle zone che i turchi difficilmente consigliano di visitare, dipingendolo come luogo pericoloso. Lo stesso presidente Recep Tayyip Erdoğan lo ha definito il “cancro di Istanbul” e si è fatto promotore, con il sindaco Ahmet Misbah Demircan, di un progetto di riqualificazione urbana per dar vita ad un elegante distretto con negozi e uffici. Il progetto della nuova -in turco yeni- Tarlabaşı è mostrato su scenografici pannelli, che spesso nascondono l’ingresso all’area. Eppure basta addentrarsi nelle stradine per esser trasportati in una dimensione brulicante di vita con donne e bambini sugli usci, uomini baffuti che giocano a carte sorseggiando un çay e altri pittoreschi personaggi.

Gli abitanti del quartiere sono in prevalenza curdi e zingari, o come dicono i turchi çingene. Di notte da alcuni palazzi si affacciano i lavoratori transessuali che, nonostante la stigmatizzazione, ricevono una clientela continua.

La decadenza del quartiere iniziò con la partenza dei non musulmani a seguito dell’introduzione di un discriminante sistema di tassazione nel 1942 e dei pogrom del settembre del 1955. I curdi, arrivati tra gli anni ’60 e ’90, furono tra i primi a ripopolare l’area, portando le tradizioni dei villaggi dell’Anatolia interna e orientale. Tutt’oggi, in quest’angolo della città, sopravvive una Turchia a tratti rurali: è facile imbattersi in un matrimonio festeggiato per strada o vedere un taxi fermo per il passaggio di un gregge di pecore. Sempre più frequentemente s’incontrano siriani e africani, i nuovi arrivati, che nel quartiere rimediano un alloggio a buon mercato oppure occupano edifici disabitati e pericolanti e trovano un aiuto presso associazioni sociali e culturali.

Dei vecchi e dei nuovi abitanti di Tarlabaşı non si conosce al momento il destino. Il progetto di riqualificazione prevede l’acquisizione delle case da parte dello Stato a fronte di un rimborso esiguo. Come racconta Kasim, un affittacamere curdo, mentre sorseggia un tè con il suo amico Mohie, prima residente nel quartiere: “molti stanno vendendo le loro case per pochi spiccioli. Mohie l’ha venduta per 50mila dollari e ora, a breve distanza dalla vendita, quella stessa casa vale cinque volte di più”. Tuttavia molti altri abitanti restano nel quartiere, anche quando costretti a vendere, perché non hanno né i mezzi né la forza o la voglia di spostarsi ancora.

Così gran parte dell’eterogeneo insieme di abitanti del quartiere ha accolto positivamente il programma politico, incentrato sulla tutela dei gruppi sociali ed etnici più deboli, proposto dal Partito Democratico dei Popoli (HDP), il partito filocurdo guidato da Selahattin Demirtaş (attualmente detenuto), che ha diverse sedi nel quartiere. Tarlabaşı diventa così una metafora dell’identità dei suoi abitanti, quei gruppi marginali che, come il quartiere stesso, hanno davanti un futuro incerto, ma sono spesso accomunati dalla voglia di resistenza alle politiche statali e alle trasformazioni che accompagnano i processi di globalizzazione.


SCHEDA AUTORE
Maria Pansini - mariapansini.wixsite.com
Fotocamera: Canon 5d mark III
Obiettivo: Canon EF 35mm f2

LINK
limesonline.com
tarlabasi.org
urbandivercities.eu


Il reportage



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