Oltre il muro

di Adriana Miani

Oltre il muro è un reportage realizzato dalla fotografa Adriana Miani, che racconta da dentro la quotidianità della vita in carcere delle donne attraverso l'eccezionalità di una sfilata di moda con abiti realizzati dalle detenute stesse

Oltre il muro

di Adriana Miani
Testo a cura di Michela Morelli

Oltre il muro è un reportage realizzato dalla fotografa Adriana Miani, che racconta da dentro la quotidianità della vita in carcere delle donne attraverso l'eccezionalità di una sfilata di moda con abiti realizzati dalle detenute stesse

Sebbene nel carcere di Rebibbia le condizioni di vita delle donne detenute abbiano standard più che accettabili, spesso la separazione dalla famiglia, dai compagni e dai figli viene vissuta come una sofferenza che le accompagna in tutte le azioni quotidiane e, soprattutto, nella manifestazione delle loro emozioni. Il senso di colpa e la vergogna sono i sentimenti che maggiormente le accompagnano. Nel nido le madri detenute si prendono cura dei loro bambini sforzandosi di vivere una normalità che purtroppo è negata dal contesto. Pur vivendo in un luogo protetto e separato dal resto carcere, madri e figli sono privati della libertà. Ciononostante le detenute si ritengono fortunate per il fatto di poter avere i loro bambini accanto, sorridendo e soffocando le frustrazioni. Le altre trascorrono la maggior parte della giornata in un luogo chiamato il “gabbiotto”, una stanza di circa 30 mq dove grazie all'impegno dell'Associazione “Gruppo Idee” è stato allestito un laboratorio sartoriale, che con il brand “Neroluce” ha creato una linea di oggettistica e accessori tutto realizzato dalle detenute. Troviamo donne di molte nazionalità e di differenti età che condividono questo spazio. Qui parlano, ridono, si arrabbiano, lavorano: il “gabbiotto” è tutto il loro mondo. Non amano stare in cella, dove inevitabilmente restano sole con i loro pensieri. Le donne detenute vivono la loro permanenza a Rebibbia come una “parentesi”, una “pausa”. Raccontano delle emozioni che hanno provato il primo giorno in cui hanno avuto il permesso di uscire: immensa gioia e grande sofferenza al rientro. “Mi sono seduta su una panchina in un parco ed ho telefonato alla mia mamma”; “Sono andata a vedere il mare”. Azioni normali, respirare aria di liberta crea in loro grandi emozioni, che corrispondono ad una grande sofferenza nel momento del rientro. Alcune di loro hanno figli grandi e piccoli, si vergognano, sono preoccupate per il loro futuro e sono impegnate a trovare un modo per dimostrare che hanno sbagliato, ma che ora vogliono riscattarsi e iniziare un nuovo percorso di vita.

Quando si entra in carcere si viene privati non solo della vita precedente ma anche della propria femminilità. Oltre ad essere proibiti tacchi, accessori e trucchi spesso sono vietati anche gli specchi, quindi per queste donne viene a mancare anche la possibilità di vedersi e di rappresentarsi. Ecco allora che la realizzazione degli abiti per la sfilata organizzata dal “Gruppo Idee” ha anche aiutato le detenute a riconquistare la propria femminilità. Tutte volevano provare gli abiti, gli accessori, si sono fatte truccare e pettinare senza lamenti: fammi una foto cosi truccata e pettinata la mando al mio fidanzato ; Fotografami con questa bella borsa: la mando alla mia famiglia”. Pur non essendo modelle, Allegra, Deniz, Lucia, Nicoletta, Maria, Rita, Roxana e Veronica sono state delle vere eroine. Vincendo la timidezza, hanno sfilato con fierezza ed orgoglio, consapevoli di partecipare ad un evento speciale e di avere la possibilità di gridare al mondo la loro voglia di riscatto. Le altre, sedute lungo il parterre, le sommergono di affetto ed entusiasmo. Le modelle e le spettatrici sono donne speciali, che hanno sbagliato, sono cadute, hanno sofferto, ma hanno saputo rialzarsi, dimostrando che una seconda opportunità non può e non deve essere negata a nessuno.

Da alcune ricerche è emerso che circa l'80% delle persone detenute che hanno avuto la possibilità di lavorare in carcere non sono più tornate a delinquere, al contrario ricommette reato in pari percentuale chi non ha avuto questa opportunità. (Fonte Associazione Made in Carcere). Oltre al carcere di Rebibbia anche altre Case Circondariali stanno facendo molto per il reinserimento sociale delle detenute con progetti in svariati ambiti, come l'artigianato, l'agricoltura, la lavorazione di materiali di riciclo. Molto si è fatto in questi anni, anche se molto si deve ancora fare.


SCHEDA AUTORE
Adriana Miani
Fotocamera: -
Obiettivo: -

LINK
ristretti.org
fuoribinario.org


Il reportage



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