Lavando la città

di Ruggero Manzotti

Nel caos urbano di Mumbai, vi è un luogo conosciuto come il Mahalaxmi Dhobi Ghat, in cui tra vasche di pietra e un costante profumo di detersivo nell’aria, ci si ritrova immersi nell’antica tradizione di lavaggio a mano della più grande lavanderia a cielo aperto del mondo

Lavando la città

Fotografie di Ruggero Manzotti
Testo di Laura Panizza a cura di Andrea Mancuso

Nel caos urbano di Mumbai, vi è un luogo conosciuto come il Mahalaxmi Dhobi Ghat, in cui tra vasche di pietra e un costante profumo di detersivo nell’aria, ci si ritrova immersi nell’antica tradizione di lavaggio a mano della più grande lavanderia a cielo aperto del mondo

Scesi alla stazione di Mahalxmi, dal vagone degli uomini tra spinte di chi incravattato con la valigetta di pelle andava a lavoro e giovani scalzi che odoravano di alcol e vecchio “gutka” masticato dal giorno prima. Seguii l’onda umana che usciva dalla stazione, sorretta e quasi sospesa da centinaia di persone che spalla contro spalla si facevano spazio verso l’uscita. Arrivai sul ponte e mi fermai affascinata dalla scena che mi si presentava davanti. Tutti andavano di gran fretta, bambini, donne uomini venditori di dolciumi e spezie, passavano avanti e dietro evitandomi o scontrandosi con me. Dal basso giovani e anziani si muovevano tra le vasche di cemento con montagne di lenzuola sulla testa, con sari colorati in ceste pesanti, jeans in ammollo nel sapone sciolto dal sole pungente. Situato a sud di Mumbai sotto il ponte Mahalaxmi, il quartiere di Dhobi Ghat si estende per diversi isolati attraverso una ragnatela di vicoli angusti, laboratori e baracche dai tetti in alluminio, dove la luce del sole fatica ad arrivare. Fondato nel 1890, circa 7500 persone, tra lavandai e le loro famiglie, vivono e lavorano nel quartiere con una media di un milione di vestiti lavati ogni giorno. Anche se esistono macchine in loco per facilitare il lavoro, la maggior parte del lavaggio è fatto a mano in una lunga serie di lavabi in cemento, ciascuno con la propria pietra di fustigazione.

Era come entrare in una città “proibita” a chi non aveva il permesso. La mia presenza incuriosiva, inibiva e solo dopo aver conosciuto e capito avrei scoperto l’essenza e la verità del posto, di chi lo abitava e di chi ne portava il dolore e la fatica. Entrai, ed era come un grande labirinto, ne quale sola mi sarei persa. La luce giocava con l’acqua, tra i colori che rilasciavano i vestiti, tra rossi dei sari e i colori terra dei kurta degli uomini. Qualsiasi cosa veniva bagnata nelle grandi vasche di pietra, insaponata a mano con mattonelle di sapone duro e chimico, sfregata con le mani oramai cotte, risciacquata, battuta sulle lastre di cemento roventi e poi stesa meticolosamente al vento viziato e all’aria stanca di Mumbai. Camminavo tra questi vicoletti, tra pozzanghere di sapone sporco e File di panni stesi. Camminavo tra chi piegato strofinava pantaloni e tra chi riposava steso su una montagna di lenzuoli di ospedale ancora da lavare. Camminavo tra chi giocava a carte con i compagni di lavoro tra un turno e l’altro. Camminavo tra i ragazzi più giovani che già, portavano con loro, la fatica del lavoro ereditato dal padre che segnava già il loro destino. Camminavo tra i bambini che giocavano con l’acqua, tra schizzi e corse. Arrivai poi nella parte del Dhobi Ghat dove si stiravano i vestiti, le lenzuola e ogni cosa che da li a poco sarebbe stata fatta uscire dalle mura chiuse della lavanderia per entrare in qualche bella casa di qualche ricco indiano o negli hotel extra lusso di Colaba. L’abbigliamento arriva da tutti i ceti sociali, dalle famiglie agli ospedali, dai ristoranti agli alberghi a cinque stelle. Prima di essere imballati e spediti, gli indumenti dei vari brand stranieri presenti a Mumbai, vengono lavati dai Mumbaikar Dhobis. Molti dei lavoratori che vivono a Dhobi Ghat sono migranti che provengono per lo più dalla zona di Uttar Pradesh. Nessuno è proprietario della terra. In sostanza ciò che accade è che si affitta una piazza con una pietra, dove si lavano i vestiti, al costo di cinque dollari al mese. Tra odore di carbone, fumo e la poca luce che filtrava dalla lamiere scattai qualche foto a chi sudava e a fatica resistiva al caldo dei ferri da stiro ricaricati a braci. Avanti e indietro braccia magre e affaticate spingevano questi vecchi e pesanti ferri pieni di braci roventi. Uscii da qual posto con gli occhi che bruciavano dal fumo ancora socchiusi e colpita dalla luce pungente del cielo aperto. Uscii accompagnata dal sorriso di un bambino, che ancora con l’innocenza sul volto mi chiese di scattargli una foto, mi sorrise e scappo tra le viuzze della silenziosa e “pulita” città delle lavanderie. La vita al Dhobi Gaht non è facile, un duro lavoro svolto tra abiti e piscine di pietra, una vita che inizia e finisce dentro le mura della più grande colonia di lavaggio del mondo, ma con la consapevolezza di fare qualcosa di straordinario e che in un certo senso la città dipenda da loro. Quando hai così tante persone che ogni giorno vengono a fotografarti durante il tuo lavoro, inizi a pensare: forse sono importante. E loro, lo sono davvero.


SCHEDA AUTORE
Ruggero Manzotti - Contatta Ruggero su FB
Fotocamera: Fujifilm X-E2
Obiettivo: Fujinon XF 18-55mm

LINK
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Il reportage



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