Refugees crisis

di Cosimo Calabrese e Luna Coppola

Sulle coste delle isole greche nel mar Egeo arrivano ogni giorno circa cinquemila rifugiati. Dopo aver attraversato i Balcani, dovranno ancora attendere i documenti nei centri di accoglienza del nord Europa

Refugees crisis

Fotografie di Cosimo Calabrese e Luna Coppola

Sulle coste delle isole greche nel mar Egeo arrivano ogni giorno circa cinquemila rifugiati. Dopo aver attraversato i Balcani, dovranno ancora attendere i documenti nei centri di accoglienza del nord Europa

Devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
son siano più di un semplice viaggio
nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante
né la prigione
perché la prigione è più sicura
di una città che brucia
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre
nessuno ce la può fare
nessuno può sopportarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente

Warsan Shire

Sulle coste delle isole greche nel mar Egeo arrivano ogni giorno circa cinquemila rifugiati. Dopo aver attraversato i Balcani, dovranno ancora attendere i documenti nei centri di accoglienza del nord Europa.


Il pane e le rose: nuovi paradigmi culturali di migrazione

di Valeria Verdolini

A partire dai primi sbarchi degli anni Novanta i transiti in Europa e le stabilizzazioni dei cittadini non europei sul territorio sono sempre state vissute come un’emergenza e come una minaccia alla sicurezza.

Quello che sta avvenendo è un passaggio culturale del quale noi siamo testimoni, non per forza protagonisti. L’aspetto realmente innovativo è il cambio di prospettiva rispetto al diritto, ai diritti. Le persone a Ventimiglia non si trovavano lì, bloccate, per incapacità, per debolezza, per bisogno di protezione o di solidarietà, ma per una questione di libertà.
Ridurre il fenomeno migratorio al supporto e all’accoglienza ha, finora, indebolito (per non dire annullato) le posizioni politiche di coloro che arrivano. Sono, in questa argomentazione, persone bisognose. E tutto ciò che viene offerto, e concesso, richiede solo gratitudine. Questo argomento, di fatto, mistifica la questione più ampia e complessa delle relazioni economiche e di potere tra il nord e il sud del mondo, e mantiene una relazione di dipendenza tra il noi e il loro, sempre squilibrata. E’ la libertà di movimento, la possibilità di scegliere dove andare il cuore della questione.
Certo c’è la prima necessità. Certo è importante che si risponda e si gestisca il bisogno di alimenti, la somministrazione e distribuzione dei presidi essenziali. Tuttavia, la prima necessità distrae dal nocciolo della questione, il vero cambiamento culturale in corso, sul quale è necessario e fondamentale il nostro contributo politico. “We don’t need food” centra il bersaglio.
Non si tratta di richiesta pietistica di aiuto, una concessione dell’Europa buona a coloro che transitano o che scelgono di muoversi nel suo spazio. Si tratta di una dichiarazione politica. La migrazione, parafrasando Foucault, è pratica di liberazione, che punta a realizzare reali pratiche di libertà. “We want to pass” è il simbolo della nuova protesta, che dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Siria, arriva fino alle grotte del neozoico.

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SCHEDA AUTORE
Cosimo Calabrese - Calabrese fotografia su Facebook
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Luna Coppola - www.lunacoppola.com
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LINK
The Balkans: Europe's Immigration Back Door (Youtube)
EuroNomade
Refugees Welcome


Il reportage



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