Prèfiche in Mani

di Ugo Panella

I riti funerari antichissimi della regione di Mani permettono di scoprire un angolo di Europa che sembra essersi perso nel tempo

Prèfiche in Mani

Fotografie di Ugo Panella
Articolo di Melissa Corbidge

Si chiamano moiroloistres, da moira, fato, e logos, inteso come parola/pensiero, parola/divinazione e soprattutto parola/narrazione. Sono figure nerovestite, gravate dalla fatica, memorie viventi di un mondo arcaico che sopravvive, sempre più a stento, nel territorio/fortezza di Mani, estremo avamposto del continente greco a sud dove gli antichi collocavano la “bocca dell’Ade”. E dove il dogma cristiano è approdato, ma solo per sfiorarlo, con mille anni di ritardo rispetto al resto del mondo ortodosso. Estrema, quella penisola mediana e più angusta delle tre che concludono in basso il Peloponneso lo è non solo in termini geografici ma anche per la ruvidezza del paesaggio e degli umani che la abitano. Organizzati in società patriarcali all’ombra di case-torri che la proiettano tanto più lunga e scura quanto maggiore è la statura sociale dei rispettivi padroni, lì tocca alle donne, creature dall’ombra invece “sottile”, affacciarsi sulla condizione ignota, e in quanto tale ostile, del trapasso. Chiamate in scena ogni volta che suona a morto una campana, sbucano dalle torri di pietra e si apprestano, tra sentieri ispidi e cespugli pungenti di agavi e fichidinida, sul luogo del lutto. Casa o chiesa che sia, tocca a loro trasformare, con i moti del corpo e con la tragica voce, il dolore individuale in pianto collettivo, e quel pianto in un canto, appunto il moiroloi, triste come un lungo addio. E’ la metamorfosi necessaria per fare di qualsiasi morte una “buona morte”, contrapposta alla morte “nuda e silente”, vissuta come pubblica vergogna. Inscenano il commiato in gruppo, madri, figli, spose, cugine, zie, cognate o semplici amiche del caro estinto non importa, maggiore il numero e maggiore l’effetto purgativo. Quando entra in scena in feretro loro sono già là, lo scialle lasciato scivolare dal capo sulle spalle, i capelli, di norma stretti in trecce annodate dietro la nuca, sciolti, il lamento intonato, dapprima in sordina, poi in un crescendo lento. Le guida a turno una korifea, la capocoro che dipana il componimento secondo codici millenari, gli stessi che determinano la solennità, o se si vuole il “peso” di un funerale, in base a status e anagrafe: prima vengono i maschi, specie se giovani e aitanti, o capifamiglia rispettati, poi le donne, specie se madri, in coda i neonati, mai usciti dalla zona ambigua di passaggio tra l’aldilà e d l’aldiqua, mai realmente vissuti. Ogni korifea recita un copione senza tempo, in metrica omerica perfetta, otto sillabe ogni frase, senza mai mancare una rima, né spezzare la cantilena, tenendo alta la tensione anche quando si porta il fazzoletto al naso, si asciuga gli occhi, si batte le nocche sul petto. Il suo è un ruolo fondamentale nello spettacolo apotropaico che segna il varco tra il prima e il dopo, la separazione della carne dallo spirito. Un ruolo anche plateale, come lo era quello delle prefiche nell’antica Roma, incaricate di intonare lodi ai defunti durante i riti funebri. Con la differenza che queste venivano pagate per il servizio offerto, le donne di Mani no. Per loro comporre il peana finale rappresenta uno strumento di potere. L’unico, in una società rigida, dominata dagli uomini. E’ la dichiarazione alta e forte che sono invece loro le padrone della vita e della morte. Perché soltanto le donne i morti li accarezzano, li profumano e li vestono affinché possano affrontare con decoro l’esilio definitivo. A loro, che con dolore partoriscono, spetta l’ultima parola.

SCHEDA AUTORE
Ugo Panella - www.ugopanella.it
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